Critica ai fondamenti del programma di Eurostop

 

Gli sviluppi del dibattito interno di Eurostop e le risultanze dell’assemblea nazionale costituente svolta lo scorso 1° luglio a Roma, ci hanno permesso di comprendere meglio natura, programma e scopi politici di questo movimento, di trarre le dovute lezioni dall’esperienza compiuta in questi mesi e quindi di definire la nostra posizione al riguardo.

Nella sua carta costitutiva Eurostop si definisce “movimento sociale e politico” di tipo anticapitalista, antifascista, antirazzista e antipatriarcato, cui “aderiscono persone e partecipano organizzazioni sindacali e politiche, movimenti civili, sociali, ambientali”.

La piattaforma di Eurostop si caratterizza per i tre NO (“l'abbandono dell'Euro e la rottura della UE e della NATO”) e un programma volto a “riaprire la via al socialismo, unica vera alternativa al dilagare dell’ingiustizia sociale e della barbarie”.

Ma di quale socialismo parla Eurostop? L’asse centrale del programma approvato è l’espansione del  sistema delle partecipazioni statali nell’industria e nella finanza (nazionalizzazione di banche e industrie strategiche e in crisi strutturale). Si tratta dunque di un programma che si oppone al  modello neoliberista (e non al capitalismo in quanto modo di produzione), rifacendosi ai concetti  di due scuole di pensiero: quella keynesiana e il “socialismo del XXI secolo”. Entrambe queste basi teoriche e politiche non hanno nulla a che vedere col socialismo scientifico, ma sono volte a conglobare, a conservare il capitalismo e la sua macchina statale.

La nazionalizzazione di alcune banche e imprese è una misura che non modifica assolutamente la natura economica delle banche e delle imprese nazionalizzate in quanto banche e imprese capitalistiche, così come non cambia la natura capitalistica dello Stato.

Le nazionalizzazioni borghesi non possono creare la proprietà socialista. La proprietà statale nei  Paesi capitalisti e imperialisti possiede sempre un carattere capitalista, e non la si può opporre ai  monopoli.

Lanciando la rivendicazione verbale delle nazionalizzazioni Eurostop elude completamente la questione essenziale, la questione del potere. In assenza di un’ondata rivoluzionaria questa rivendicazione si trasforma in una parola d’ordine di avvicinamento e fusione con il sistema delle organizzazioni capitalistiche. La borghesia rimarrebbe la vera padrona dei mezzi di produzione e di scambio con i suoi profitti miliardari, mentre i lavoratori rimarrebbero dei salariati sfruttati e oppressi (per gli operai non cambia granché se il padrone è la famiglia Agnelli o Finmeccanica).

I teorici di Eurostop ritengono che la regolamentazione e la programmazione statale possa garantire uno sviluppo pianificato dell’economia capitalista e si sforzano di rappresentare il  capitalismo monopolistico di Stato come un “quasi socialismo”. Equiparano la pianificazione socialista con la programmazione capitalista dell’economia. Ipotizzano un processo evolutivo dal  capitalismo al socialismo per mezzo dello sviluppo della proprietà statale in un’economia mista. Si tratta della vecchia teoria opportunista della “integrazione pacifica del capitalismo nel socialismo”.

L’esperienza storica dimostra che l’intervento dello Stato borghese in economia non cambia la natura dell’imperialismo ma comporta un ulteriore rafforzamento dei monopoli. Nella società borghese la proprietà e la regolamentazione monopolistica di Stato sono dirette a conservare la posizione dominante dei monopoli e non imbrigliano le forze spontanee del mercato capitalista, soggette a periodiche crisi.

A ben vedere, i professori di Eurostop e le forze politiche e sindacali che li sostengono non criticano il capitalismo in quanto tale, ma solo la sua versione “ordoliberista”. Non vogliono espropriare i monopoli, ma ampliare la loro base. Non vogliono abbattere l’imperialismo, ma  mirano a ritardare la sua fine, a differire il più possibile la rivoluzione proletaria e la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, che è la soluzione reale del problema.

D’altronde cos’è il capitale per i travisatori del marxismo se non una nozione giuridica, invece di un rapporto sociale? E’ cosa è per costoro lo Stato borghese se non una potenza onnicomprensiva, uno “Stato di tutto il popolo” (gratta gratta riemergono le tesi dei kruscioviani), invece che il prodotto dell'antagonismo inconciliabile tra le classi, l’apparato di dominio e sfruttamento della classe operaia.

La “fede superstiziosa“ degli eurostoppisti nei confronti dello Stato borghese è la prova più lampante che essi non hanno nulla a che spartire con il marxismo e con il leninismo, ma sono soltanto dei democratici piccolo-borghesi che usano una fraseologia pseudosocialista per dire ai lavoratori: “mobilitatevi, lottate, ma non proponetevi il fine di distruggere la macchina statale che vi opprime, di sostituirla con un’organizzazione statale proletaria”.

Come se non bastasse i dirigenti di Eurostop ipotizzano il passaggio a una nuova moneta senza mai porsi il problema di quale classe ha in mano le leve della produzione e dello scambio. Immaginano nuovi sistemi di relazioni internazionali, nuovi processi d’integrazione fra paesi dell’Europa meridionale, senza rompere la catena imperialista nei suoi punti deboli, ma conservando il mercato capitalista e l’istituzionalità borghese.

Il risultato pratico di questo "pensiero economico" non è altro che una volgarissima e mistificata prefigurazione di un nuova area imperialista-capitalista mediterranea – peraltro facile preda e strumento di quelli più potenti – nella quale si vorrebbero integrare la classe operaia e i popoli di alcuni paesi d'Europa e dell’Africa, invece di affermare i loro interessi vitali dentro una prospettiva rivoluzionaria.

Le tesi di Eurostop sono tutt’altro che innovative, ma tipiche della socialdemocrazia e si fondano sul postulato della possibilità di un passaggio al socialismo senza abolire il carattere capitalistico della proprietà dei mezzi di produzione, in particolare e in primo luogo nel settore della produzione industriale.

Non a caso nei documenti approvati la denuncia e la critica dello sfruttamento capitalistico della classe operaia e delle masse lavoratrici è appena accennata.

Non a caso al centro del programma di Eurostop figurano gli indistinti “interessi di tutto il popolo” e non gli interessi concreti e le esigenze immediate e storiche del moderno proletariato.

Non a caso nel programma di Eurostop non si individua mai lo Stato come l’ostacolo fondamentale dell’alternativa che si vuole costruire, ma lo si concepisce come un apparato “democratico” al di sopra e al di fuori delle classi.

Che i capi eurostoppisti lo riconoscano o no, il loro intento è quello di conservare i rapporti di produzione esistenti, con l’illusione che le loro contraddizioni possano essere alleviate con certi  mezzi. Le ricette keynesiane e del socialismo del XXI secolo forniscono questi mezzi apparenti, rimanendo nel quadro dell’ideologia borghese.

Seppure taluni esponenti di Eurostop esprimono un orientamento favorevole al socialismo (anche se profondono un notevole sforzo per evitare questo termine), il loro socialismo non è quello scientifico.

E’ un “socialismo” (meglio, un indefinito post-capitalismo) con la borghesia come classe dominante; un “socialismo” con la proprietà privata dei mezzi di produzione (del singolo capitalista o dello Stato capitalista), con il profitto dei monopoli e il “reddito di cittadinanza”. E’, come loro stessi ammettono, la “socializzazione dell’accumulazione del capitale”, ovvero l’estensione del meccanismo basato sullo sfruttamento della classe operaia e il saccheggio neocoloniale.

Si tratta dunque di una variante del socialismo piccolo borghese, caratterizzato da concezioni  evoluzionistiche e dal pacifismo, peraltro condito da precisi riferimenti al cattolicesimo “progressista”. Un “socialismo” senza rivoluzione e senza abolizione dei rapporti di produzione borghesi, che si sostanzia in “miglioramenti amministrativi svolgentisi sul terreno di quei rapporti di produzione, che dunque non cambiano nulla al rapporto fra capitale e lavoro salariato, ma che, nel  migliore dei casi, diminuiscono le spese che la borghesia deve sostenere per il suo dominio e semplificano il suo bilancio statale” (K. Marx, F. Engels, Il Manifesto del Partito comunista).

Dunque, un’alternativa non al capitalismo, ma alla società collettivista, fondata sulla proprietà comune dei mezzi di produzione.

Colpisce il fatto che gli autori del programma di Eurostop non chiariscano quale deve essere la "forza" che potrà imporre le loro rivendicazioni politiche e economiche, in che modo esse potranno realizzarsi. Nei documenti di questo movimento non c’è alcun chiaro riferimento alla classe operaia, alla sua lotta, alle sue rivendicazioni, al suo ruolo storico, così come non c’è alcun accenno alla rivoluzione. Pare proprio, dunque, che questa "forza" non possa essere altro che il parlamento borghese e/o l’europarlamento e che i promotori del movimento ancora non abbiano il coraggio di confessarlo apertamente. Gli sviluppi ci diranno, di sicuro non ci meraviglieremo se vedremo agitare nei comizi elettorali, assieme al programma di nazionalizzazioni, anche le bandierine tricolori (stile Melenchon, personaggio inserito nel pantheon di Eurostop assieme a Sanders, Corbyn e Bergoglio).

Il “nuovo modello di sviluppo” che teorizzano i dirigenti di Eurostop è in realtà un capitalismo più “socializzato”, in cui viene redistribuita parte della ricchezza creata dal proletariato, si afferma un nuovo Welfare State, etc. etc. Un libro dei sogni, assai utile per negare la sola alternativa sicura: il proletariato che s'impadronisce del potere dello Stato e trasforma i mezzi di produzione in proprietà sociale, liberandoli dal carattere di capitale e organizzando coscientemente la produzione secondo un piano.

I neo-socialdemocratici, dietro il pretesto secondo cui la difesa e l’attuazione della Costituzione borghese del 1948 assumono un carattere radicale nella situazione odierna, negano la necessità della rivoluzione proletaria e vorrebbero ricostituire la società e lo Stato sulla base del suo passato più o meno democratizzato, non del suo futuro. Men che meno desiderano la dittatura del proletariato, scoperta da Marx. La avversano infatti in nome della “democrazia partecipativa” di Dieterich, sinonimo di un “socialismo del XXI secolo” senza potere proletario, forma ipocrita di uno Stato che rimane apparato di oppressione nelle mani della classe borghese. Un’idea tanto lontana dalle tesi marxiste-leniniste quanto coincidente con la critica e le calunnie borghesi contro la democrazia proletaria, mille volte più avanzata di qualsiasi corbelleria partecipativa.

Gli illuminati costituzionalisti di Eurostop non potranno mai comprendere, nella loro pochezza teorica e politica, un punto chiave: in un paese imperialista come l’Italia non può darsi alcun termine medio fra la dittatura della borghesia e la dittatura del proletariato, fra il capitalismo e il socialismo, prima tappa della società comunista.

Ogni illusione di una “terza via”, di un socialismo senza rivoluzione, senza rovesciamento del potere della borghesia imperialistica, senza esproprio degli espropriatori, senza socializzazione del complesso della grande industria, delle banche e della proprietà agraria, è solo vaneggiamento piccolo borghese.

Vi è un altro aspetto che mette in luce l’essenza dei capi di Eurostop. In tutta la loro elaborazione, non si trova un solo riferimento alla necessità della lotta di classe contro la borghesia imperialista del nostro paese. Il loro “nemico” è un indistinto capitalismo “globale”, e quando parlano delle coalizioni imperialiste sfumano il fatto che sono costituite da Stati imperialisti (fra cui l’Italia) e capitalisti, che hanno profonde divisioni, attriti e contraddizioni al loro interno, foriere di guerre.

Come è possibile lottare contro UE, euro e NATO, come è possibile una “Italexit” le cui  conseguenze non ricadano sulla classe operaia e le masse popolari, se non si lotta contro la “propria” borghesia, il “proprio” Stato borghese, il “proprio” governo? La rottura con UE, euro e NATO, diventa illusoria e velleitaria se non è organicamente legata alla sconfitta della borghesia che aderisce a queste entità per difendere i propri interessi strategici, se non si pone in stretto legame con la questione della rivoluzione proletaria per il socialismo.

Le idee e il programma di correzione democratica e umana del capitalismo liberista che gli esponenti neo-socialdemocratici di Eurostop propongono assieme a esponenti della vecchia borghesia di Stato non sono altro che il tentativo di rafforzare le false speranze riformiste fra le classi lavoratrici, di rinchiudere il proletariato entro i confini dello “Stato democratico” per rendere superflua la rivoluzione sociale.

Da un punto di vista di classe le loro “teorie” sono un riflesso della posizione sociale delle classi medie colpite dalla crisi e in disfacimento, oscillanti fra la borghesia e il proletariato. Gli intellettuali disorganici -economisti da un lato e “socialisti” dall’altro – possono condannare la disoccupazione e la povertà di massa, il restringimento degli spazi democratici, la speculazione finanziaria, ma per la loro posizione sociale non sono in grado di trovare delle soluzioni reali alle contraddizioni sociali esistenti perché tali contraddizioni irrisolte sono alla base della loro stessa esistenza, dominano i loro pensieri. Sono pertanto una contraddizione personificata, e come tali non possono andare oltre le fantasie e le chiacchiere politiche.

Sulla base di questa critica èevidente che non spetta a noi promuovere e organizzare un movimento che non si batte per i nostri scopi rivoluzionari, che è estraneo ai principi comunisti e non ha nulla a che vedere col nostro programma politico. Non possiamo accompagnare nessuno sulla strada che conduce al pantano del confusionismo, della socialdemocrazia e del riformismo, ma ce ne dobbiamo distaccare nettamente.

Sarebbe tuttavia limitativo sviluppare una critica puramente negativa riguardo Eurostop, ciò per almeno due motivi.

Primo, malgrado i profondi limiti ed i gravi errori del gruppo dirigente eurostoppista, nella situazione di grave crisi dell’imperialismo italiano, che è il ventre molle della costruzione europea, i tre “No” a UE, euro e NATO (seppure verbali, non conseguenti e tutti da verificare nella pratica), possono svolgere un ruolo utile allo sviluppo della resistenza e della mobilitazione di settori delle masse contro le politiche di austerità e di guerra, possono raccogliere una parte della spinta che viene da questi settori staccandoli dalle forze reazionarie e populiste.

Secondo, Eurostop è un ambito nel quale la lotta di classe si svilupperà approfondendo il contrasto fra tendenze e correnti che sono presenti al suo interno. La lotta si acutizzerà anche in relazione alle scelte politiche ed elettorali che compirà questo movimento che aspira a ritagliarsi un ruolo nella socialdemocrazia italiana e europea disgregando man mano le sue stessi componenti.

I comunisti (m-l) possono avvantaggiarsi dallo sviluppo di queste contraddizioni, seguendo però una linea diametralmente opposta a quella dei capi di Eurostop, cioè la linea dell’egemonia della classe operaia su tutti i settori sociali che sono i suoi naturali alleati, per infondere contenuti rivoluzionari alla mobilitazione operaia e popolare contro UE, euro e NATO.

Dunque, sarà nostro compito spingere in avanti, incalzare le forze sociali che fanno parte di questo movimento per sviluppare la lotta a fondo contro la borghesia (anzitutto la borghesia italiana), chiamando alla formazione di un ampio fronte popolare rivoluzionario diretto dalla classe operaia, la sola classe che può realizzare le parole d’ordine essenziali di Eurostop.

Noi comunisti (m-l) sosteniamo ogni movimento progressivo e democratico, anche se rappresenta solo un passo nella direzione del nostro cammino. Lo facciamo senza farci ingannare dalla fraseologia pseudo-rivoluzionaria dei piccolo borghesi che dirigono questi movimenti, senza aiutarli a spargere illusioni fra le masse, ma criticando costantemente e fermamente le loro posizioni erronee e opportuniste, disconoscendo le loro pretese direttive per affermare costantemente la direzione proletaria che potrà affermarsi solo attraverso un forte Partito comunista basato sul marxismo-leninismo.

Quanto alla possibilità di unità di azione, cercheremo la convergenza su singoli punti di carattere democratico, antireazionario e contro la guerra imperialista, su proposte politiche immediate legate alla nostra strategia, parteciperemo alle manifestazioni di piazza contro le politiche criminali della Troika e della NATO, a condizione che avremo la possibilità di diffondere le nostre posizioni di lotta per la rottura rivoluzionaria col sistema capitalista-imperialista, che nulla hanno a che vedere con le “fandonie del XXI secolo”.

In questa attività difenderemo sempre gli interessi immediati e storici della classe operaia, rappresentando l'avvenire del movimento della lotta degli sfruttati contro gli sfruttatori: la conquista rivoluzionaria del potere politico da parte del proletariato, unico mezzo per la trasformazione sociale.

9 luglio 2017

Piattaforma Comunista – per il Partito Comunista del Proletariato d’Italia